venerdì 25 agosto 2017

Recensione: LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti (RC2017)



Vincitore dell'ultima edizione del Premio Strega, "Le otto montagne" di Paolo Cognetti sa richiamare tutta l'attenzione del lettore per la sua intensità, nella scrittura come nella genuinità dei sentimenti raccontati e che legano due amici, le cui esistenze sono ineluttabilmente non soltanto vincolate tra loro ma ancor di più con quel luogo straordinario e pieno di fascino che è la montagna.


LE OTTO MONTAGNE
di Paolo Cognetti




"Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è piú niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa."

Il protagonista di questo romanzo è Pietro, un ragazzino milanese, solitario e un po’ scontroso; è figlio unico e i suoi genitori formano una coppia apparentemente male assortita: tanto sua madre è socievole - abituata com'è, anche per la professione svolta (lavora in un consultorio di periferia) oltre che per carattere, a farsi carico degli altri, a intrecciare relazioni sociali -, quanto suo padre Gianni è, al contrario, un chimico dal carattere molto ombroso, chiuso, rigido nel modo di pensare, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia.
Eppure i genitori di Pietro sono uniti da una passione comune (che purtroppo è stata contrassegnata da una tragedia famigliare), che li avvicina sin dalla giovane età: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo.

La montagna è ciò che più li unisce ed è per questo che la vita a Milano è adombrata da un alone di malinconia e tristezza, e alle vette innevate vanno i loro pensieri più nostalgici; quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto per passarvi qualche mese all'anno, lontano dal tran tran cittadino, riavvicinandosi così al loro "grande amore": i monti.
Non solo, ma stando lì durante le vacanze, anche Pietro avrà modo di trascorrere tre mesi in quei luoghi meravigliosi, in cui pare che il tempo trascorra più lentamente e dove il contatto con la natura è immediato e forte.

Del resto, la montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli: essa è proprio un modo di vivere la vita, dove le giornate e le notti sono scandite ora dai rumori prodotti dall'ambiente stesso e da chi lo abita (uomini e animali) ora dal silenzio, dove l'aria è impregnata dell'odore del fieno, del fumo che esce dai camini.

Il giovanissimo Pietro viene "arruolato" presto da suo padre per fare insieme a lui i sentieri di montagna, segnando sulla mappa i posti raggiunti:

"..cominciai a imparare il modo di andare in montagna di mio padre, la cosa piú simile a un’educazione che io abbia ricevuto da lui."

Ma ad arricchire le giornate di Pietro, oltre alle scarpinate con l'esperto papà, c'è anche un'altra presenza: Bruno.
Bruno è un coetaneo del protagonista, figlio di montanari, nato e cresciuto a Grana, pascolando mucche, stando all'aria aperta e venendo su "selvatico", con una tempra dura e pragmatica come può esserlo un ragazzo di montagna che non ha mai lasciato quei posti.
Tra i due si instaura un'amicizia che li vedrà protagonisti di piccole avventure, giornate estive fatte di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri piú aspri.

Ben presto Bruno diventa parte integrante della vita a Grana di Pietro, entrando anche "in famiglia", conquistando le simpatie della mamma di Pietro (donna sensibile, che si rende conto di come gli adulti che ruotano attorno a Bruno non tengano conto di tante sue esigenze di ragazzo che sta crescendo) e anche quelle di papà Gianni, che comincia a portare anche lui nelle loro piccole scalate, per le quali Pietro sembra non essere molto portato, visto che si accorge di soffrire di "mal di montagna".

Lo stringersi dei rapporti tra l'amico e i propri genitori crea in Pietro sentimenti contrastanti, forse perchè avverte che Bruno è più affine a Gianni di quanto lo sia lui, che pure è il figlio ma che sembra non conoscerlo davvero.

Col passare degli anni e delle estati, giungendo sulla soglia della vita adulta, Pietro decide di "abbandonare" la montagna, lasciando anche Milano per motivi di studio; Grana e i suoi monti diventano "i luoghi dell'infanzia", qualcosa da relegare in un angolino poco illuminato della memoria e ai quali guardare con un pizzico di malinconia; ma quando è poco più che trentenne, suo padre muore e Pietro scopre di aver ricevuto da lui in eredità un edificio malmesso, disperso tra i monti...

«Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino».

Un’eredità che necessita di lavori, tempo e fatica per essere messa in sesto, affinchè diventi una casetta accogliente, una sorta di rifugio dal caos della città, in cui poter star tranquilli; e questo progetto lo riavvicinerà a Bruno, che prenderà a cuore la sistemazione del rudere.

I due, ormai uomini fatti, hanno così modo di passare diverso tempo insieme, riallacciando quel rapporto che li aveva uniti da ragazzini, scoprendo così di avere più cose in comune di ciò che pensano.

L'amore per la montagna però non porta necessariamente a fare le stesse scelte di vita: se Pietro maturerà il desiderio di viaggiare, conoscere altri luoghi del mondo, altre popolazioni e scalare altre vette, Bruno, invece, resterà fermo lì dov'è nato e ha sempre vissuto, lì dove ci sono le sue radici più profonde, che nulla e nessuno riesce a sradicare, perchè egli è un tutt'uno con i suoi monti, con la vita che tra essi si conduce; ne condivide la solitudine, le fatiche, le vacche da accudire, l'acqua dei torrenti, i cupi e rigidi inverni, le fresche estati; Bruno non sa e non vuol conoscere altri modi di essere ed esistere perchè tutto ciò di cui ha bisogno è lì, attorno a sè.
Potrebbe la sua amata montagna trasformarsi in una sorta di triste prigione per lui?

Pietro sa che il suo amico resta abbarbicato là, e che finchè c'è Bruno, lui avrà sempre un luogo in cui rifugiarsi e al quale tornare.

Considerazioni

In "Le otto montagne" l'Autore ci parla della bellezza aspra e verace della montagna - e di tutto ciò che le è proprio -, del suo essere così viva, dei suoi inverni, dei suoi rifugi, perchè essa non è soltanto qualcosa che contraddistingue un paesaggio naturale ma è un vero e proprio modo di essere, vivere, respirare, sapere e conoscere.
E' anche un romanzo di formazione che ha al centro i rapporti umani, a cominciare da quello padre-figlio, con le incomprensioni che spesso lo caratterizzano, i silenzi carichi di cose non dette che aiuterebbero a conoscersi di più, ad aprirsi e ad apprezzarsi; positiva è la figura materna, questa donna saggia, paziente, capace di stimolare il figlio ad essere più aperto verso il mondo e le persone.

E ancora c'è, come già anticipato, il rapporto d'amicizia tra Pietro e Bruno, un'amicizia che non ha bisogno di chissà quali discorsi e frequenti pacche sulle spalle, di confidenze a cuore aperto, di risate e battute, anzi: è fatta di silenzi, di sguardi brevi ma complici, di presenza ed aiuti concreti; è un'amicizia che si alimenta di gesti, di andate e ritorni, resistente al tempo e alle assenze, che manterrà negli anni la propria schiettezza, perchè essa è perenne come i ghiacciai, forte come la roccia, pura come l'aria frizzante che si respira ad alta quota.

I personaggi sono semplici e complessi insieme, nel senso che, pur essendo facile "etichettarli" e comprenderne a grandi linee la personalità (Bruno, il montanaro selvatico e "rozzo"; il padre autoritario, insofferente, volubile; la madre comprensiva e saggia; Pietro, poco socievole, refrattario a gestire relazioni umane in cui investire sentimenti), leggendo si percepisce, al contempo, come essi nascondano un animo più "contorto" ed inafferrabile rispetto a ciò sembra a una prima valutazione.

Pur non essendo io una "fan" della montagna (sono una "ragazza di collina" ^_-), devo riconoscere di aver apprezzato moltissimo questo libro, che si lascia leggere e gustare con facilità grazie ad uno stile e ad un linguaggio estremamente scorrevoli, affascinanti, a una scrittura coinvolgente, che sa far amare i luoghi di cui si parla, sa emozionare perchè quella di Pietro è la storia di un uomo che, andando alla ricerca di se stesso e delle proprie radici, sa di dover costantemente tornare lì dove ha lasciato un pezzettino - quello più importante - di sè, lì dove si incrociano i ricordi più belli, quelli che nulla può cancellare, come fa l'estate con la neve, perchè sono "ricordi d'inverno" e, proprio come un ghiacciaio, essi non vanno via e non vogliono essere dimenticati.

Non ho letto gli altri romanzi che concorrevano per lo Strega, ma il mio modestissimo parere è che la vittoria di Cognetti ci stia tutta ;-)


Obiettivo n.9 - Un libro che parli di alta montagna

2 commenti:

Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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