sabato 20 giugno 2015

Recensione film. ANIME NERE di Francesco Munzi



Non so se avete visto la premiazione del David di Donatello tenutasi la settimana scorsa; beh, nel caso l'aveste vista, vi sarete accorti che il film che ha ricevuto più riconoscimenti è stato ANIME NERE di Francesco Munzi, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco.

  • Miglior film
  • Miglior regista a Francesco Munzi
  • Migliore sceneggiatura a Francesco Munzi, Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci
  • Miglior produttore a Cinemaundici e Babe Films con Rai Cinema
  • Migliore fotografia a Vladan Radovic
  • Miglior montaggio a Cristiano Travaglioli
  • Miglior colonna sonora a Giuliano Taviani
  • Migliore canzone originale (Anime nere) a Giuliano Taviani, interpretata da Massimo De Lorenzo
  • Miglior sonoro a Stefano Campus



Cast: Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Barbora Bobulova.

La scena iniziale del film si apre in Olanda per poi passare brevemente a Milano; in realtà la nostra storia si svolge per lo più in Calabria, in un vecchio e decadente paesino sull'Aspromonte, proprio lì dove "Garibaldi ha fatto una brutta fine", per dirla con le parole di uno dei personaggi,  Leo (Giuseppe Fumo), un ventenne pieno di rancori che con una sua bravata innescherà un meccanismo di vendette incrociate all'ultimo sangue.

Ma andiamo con ordine.
Leo è figlio di Luciano (Fabrizio Ferracane), che ha due fratelli minori, Rocco (Peppino Mazzotta) e Luigi (Marco Leonardi); i tre sono figli di un pastore che anni prima è stato barbaramente assassinato.
Questa famiglia è coinvolta nel giro della malavita, della 'ndrangheta, in particolare ad avere la "capa guasta" è Luigi, che gestisce un traffico di droga a livello internazionale, ed è totalmente immerso in questa vita, tanto da non scandalizzarsi quando il nipote Leo mostra il desiderio di seguire le sue orme.

Il fratello di mezzo, Rocco, vive a Milano, è sposato con Valeria (Barbora Bobulova) e apparentemente conduce una vita normale, di chi è andato via dal proprio paese arretrato per vivere nella modernità e lontano dai legami con la malavita, ma in realtà egli stesso è un imprenditore grazie ai guadagni illeciti di Luigi, che però critica e disapprova.
Luciano, il fratello maggiore, fa il "capraro" ed è l'unico che vorrebbe restare davvero al di fuori della vita criminale, visto che ancora sente il peso della morte tragica del padre e non vede di buon occhio nè i fratelli nè il figlio Leo, che pare ben intenzionato a vivere da delinquente.
In effetti, questo ragazzo mostra subito una personalità molto "cupa", ben riflessa nel viso sempre corrucciato, arrabbiato con tutto e tutti, col pensiero fisso della vendetta; pensiero che gli costerà caro..., molto caro.
E, come dicevo, sarà proprio Leo ad accendere la miccia che provocherà seri problemi in famiglia; a causa di un'offesa ricevuta, decide di vendicarsi sparando alla saracinesca del bar dell'offensore (protetto dai mafiosi del post); ma questo gesto non verrà visto dalla malavita di paese come una bravata da  ragazzi, bensì come un affronto, che dovrà essere pagato a caro prezzo.

E' un film dalle atmosfere "buie", in cui si respira un'aria pesante, opprimente in tutti i sensi; ad es., non c'è mai una giornata di sole (o ricordo male io?), ma i colori predominanti sono della tonalità di un triste grigio, "nuvoloso", come del resto triste e nera è l'anima di ogni personaggio di questo film (come suggerisce il titolo stesso).
La presenza del dialetto calabrese in tutto il film contribuisce - a mio avviso -  ad accentuare il senso di chiusura e di arretratezza (lo stesso Rocco, a tavola con Valeria, Luigi e Leo, nella sua casa a Milano, risponde con una battuta ironica alla moglie: "L'italiano là  - nel paesino da cui vengono - non è ancora arrivato").
E' inevitabilmente un film triste, in cui personalmente ho avvertito da una parte la "rabbia" per una realtà criminale purtroppo ancora presente ai nostri giorni, dall'altra compassione per chi vi è coinvolto, ahilui, suo malgrado, visto che nascere in certe famiglie e in certi contesti criminali, pericolosi, non è una scelta, e andarsene, separarsene in modo netto, non dev'essere semplice e naturale.

Mi ha ricordato in molte cose la realtà raccontata da Gomorra (la serie, in particolare), in cui vicende e personaggi sono totalmente immersi e sommersi dalla malavita, dove l'esistenza di ciascuno è fagocitata dalla criminalità, che miete le sue vittime in una spirale di vendette e faide familiari che non finiscono mai... se non con la morte.

Nel complesso, un bel film, fatto e recitato bene (lo dico dall'alto della mia esperienza  ), che certo un po' d'angoscia la mette, e giunti alla fine non è che l'umore e le emozioni possano migliorare..., ma è così: la realtà su cui si sofferma è davvero quella descritta, e resta solo la tristezza e un senso di impotenza per questa famiglia spezzata e distrutta, forse un po'  a causa delle proprie scelte o magari di un "destino" che l'ha voluta e messa in un contesto senza dubbio difficile e drammatico, in cui sembra che la sorte di chi vi è dentro sia quasi segnata e decisa anzitempo. Ma è poi davvero così?

Insomma, lo consiglio sicuramente però consentitemi la domanda ironica: Ma erano davvero necessarie tutte 'ste stauette solo per Anime nere? No perché io le avrei distribuite diversamente. 



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Un buon libro lascia al lettore l'impressione di leggere qualcosa della propria esperienza personale. O. Lagercrantz

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